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Strada del
Culatello di Zibello
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Roots and Blues Festival 2006 |
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Porcolonga di Primavera2006
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Il
Culatello di Zibello
Il re dei salumi: LE SUE
ORIGINI
È
ormai noto, a quasi tutti, che le origini del culatello non si possono,
disgraziatamente, far risalire al famoso banchetto del 1322 descritto
dal ferrarese Bonaventura Angeli, primo storico ufficiale della
città di Parma. Si trattava purtroppo di una banale invenzione,
che ha permesso a numerosi pubblicisti di annoverare il culatello
tra i più antichi salumi nostrani. Omaggi di culatelli venivano
offerti dai Pallavicino a Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano,
e se lo dice Angelo Pezzana non se lo sarà certo inventato.
Mancano tuttavia le conferme. In quel secolo, in ogni caso, il culatello
costituiva probabilmente un dono regale: il pegno che i sudditi
fedeli facevano ai loro signori; del resto questo omaggio potrebbe
essere carico anche di significato simbolico: uno scambio di "investiture".
Il culatello infatti viene "investito", ricoperto e strettamente
legato o nella sua vescica o in quella di un bovino, oppure nel
"sunsén" (pelle di grasso che copre il polmone)
di consistenza simile alla vescica. Il termine "investitura"
compare nel 1691 nel Gioco della Cuccagna che mai si perde e sempre
si guadagna, un passatempo simile a quello dell'oca, disegnato dall'incisore
bolognese Giuseppe Maria Mitelli (1634-1718) che individua in questo
salame la specialità gastronomica di Parma. L'immagine conosciuta
dai principali cultori dell'arte culinaria cittadina non è
stata unanimemente interpretata. La somiglianza di questa investitura
con l'odierno culatello, sembra invece evidente almeno per quanto
riguarda le dimensioni.
Un minimo dubbio potrebbe sorgere per l'assenza della particolare
forma, tipica del salume di Zibello, a "pera". D'altra
parte non sarebbe forse ammissibile che il Mitelli avesse del salume
una semplice conoscenza da buongustaio? È lecito chiedersi
anche per quale ragione il culatello compaia prima nell'iconografia
che in altri documenti; ancora una volta la risposta è da
ricercare nell'eccessivo pudore degli scrittori nei confronti del
termine.
La prima citazione esplicita del culatello risulta in un documento
del Comune di Parma del 1735, nel quale, sulla base di disposizioni
precedenti date l'11 maggio, vengono elencati i prezzi dei prodotti
ottenuti dalla lavorazione dei maiali. Si tratta del Calmiero della
Come Porcina salata, in esso si riporta per la prima volta il termine
"culatelli senz'osso". Grazie a questo documento, oggi
si può affermare che è conosciuto da almeno due secoli
e mezzo. Un altro atto del Comune di Parma, il Calmiero della Come
Porcina salata... del 9 aprile 1805, non lascia dubbio alcuno sull'esistenza
del culatello inteso nell'accezione moderna. Basta scorrere l'elenco
delle carni per accorgersi che il suo valore è il più
elevato. È una conferma del Calmiere del 3 aprile 1776 pubblicato
da Enrico Dall'Olio. Una volta conseguito il pieno riconoscimento
del proprio valore come prodotto gastronomico, il culatello perderà
la qualifica di investitura e risulterà fra i termini registrati
dai vocabolari, grazie anche ad alcune prestigiose mediazioni: la
prima, del 1818, è dovuta al poeta dialettale parmigiano
Giuseppe Callegari che in una sua novella cita due specialità
parmensi fra quelle ammannite in Paradiso: la Bomba di riso e il
Culatello; l'altra proviene dal carteggio fra lo scultore Renato
Brozzi, di Traversetolo (Parma), e Gabriele D'Annunzio.
Il Brozzi conosceva bene questa prelibata investitura e riforniva
volentieri il poeta che, da avido ghiottone, considerava il culatello
una vera panacèa. Se il culatello affonda le sue radici nella
memoria storica della cultura contadina, è proprio in questa
zona che raggiunge la sua perfezione: nei casolari della Bassa,
dove la tradizione mantiene viva la qualità di un cibo inimitabile,
degno delle mense più raffinate, e dove è ancora possibile
rivivere l'immagine della figura femminile che mostra le investiture
di Parma rappresentate dal Mitelli oltre 300 anni fa.
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